Il presidente Silvio Berlusconi ha affermato alla commemorazione della Giornata della Memoria, a proposito di Mussolini, che le leggi razziali furono la “sua peggior colpa ma per tanti altri versi fece bene”.
Esternazione, questa, che ha scatenato subito un coro di polemiche molto nutrito. In effetti l’affermazione di Berlusconi appare come il frutto di una lettura della storia di quegli anni semplicistica se non addirittura ingenua. E del Cavaliere si può affermare tutto tranne che sia un ingenuo. E allora pare quasi ovvio domandarsi il perché di una dichiarazione che egli stesso sapeva che avrebbe dato luogo ad ingenti reazioni.
L’affermazione ha l’amaro sapore del revisionismo storico e l’accezione a cui alludo non è certamente quella positiva. Il leader del Pdl ha affermato: “Non abbiamo la stessa responsabilità della Germania” e poi ha proseguito “Ci fu, da parte nostra, una connivenza che, all’inizio, non fu completamente consapevole”.
La responsabilità di un atto, però, è sempre personale e se non fu “completamente consapevole”, questo non è da leggere come una discolpa della responsabilità italiana nella vicenda dell’antisemitismo, quanto piuttosto una duplice assunzione di responsabilità. E’ obbligo e dovere di ogni singolo individuo informare rettamente la propria coscienza prima di agire e agire solo dopo aver messo in campo tutte le possibilità e le alternative alla scelta che si sta per deliberare. Ancor di più le scelte di un paese non possono essere fatte sulla base di una parziale consapevolezza dell’atto che si sta per compiere.
L’incipit della Dichiarazione sulla razza votata dal Gran Consiglio del Fascismo il 6 ottobre 1938 stabiliva: “Il Gran Consiglio del Fascismo, in seguito alla conquista dell’Impero, dichiara l’attualità urgente dei problemi razziali e la necessità di una coscienza razziale. Ricorda che il Fascismo ha svolto da sedici anni e svolge un’attività positiva, diretta al miglioramento quantitativo e qualitativo della razza italiana, miglioramento che potrebbe essere gravemente compromesso, con conseguenze politiche incalcolabili, da incroci e imbastardimenti. Il problema ebraico non è che l’aspetto metropolitano di un problema di carattere generale”. Queste parole non sembrano dettate da una parziale consapevolezza, dal momento che il Fascismo, come ricorda il documento stesso, era impegnato da sedici anni al miglioramento quantitativo e qualitativo della razza italiana. Miglioramento evidentemente compromesso da un problema: gli Ebrei. Ma forse Berlusconi dimentica che oltre alle Leggi razziali, che sono un grave atto d’inciviltà di un popolo, Mussolini di colpe ne ha molte altre. La più clamorosa di tutte è ricordata dai manuali di storia con il titolo di Seconda Guerra Mondiale, a cui l’Italia partecipò al fianco della Germania e del Giappone. Probabilmente anche questo evento non fu “completamente consapevole”.
Ma veniamo alle cose “buone” del Fascismo. Indubbiamente in vent’anni qualcosa di buono per l’Italia l’avrà attuato, salvo poi distruggere tutto con l’intervento nel secondo conflitto.
Proviamo a vedere la situazione economica dell’Italia durante il Fascismo.
Verso la metà degli anni ’20 l’economia italiana era in notevole sofferenza. Per fronteggiare la svalutazione della Lira che aveva perso oltre il 20% del suo potere di scambio, Mussolini lanciò la parola d’ordine del raggiungimento di “quota novanta”, vale a dire che la rata di cambio nei confronti della sterlina non doveva superare le novanta lire per sterlina. L’obiettivo fu centrato, ma questo comportò un notevole aumento del costo del denaro con conseguente riduzione del denaro in circolazione che penalizzò fortemente l’economia. Dopo la grande crisi del ’29, il Fascismo aumentò le commesse pubbliche all’industria, introdusse nuove tasse e diminuì i salari che divennero i più bassi in Europa. La manovra deflazionista, infine, ebbe alti costi sociali.
Pochi furono i beneficiari tra cui il ceto medio, tutelato per continuare a garantire il consenso al regime. I ceti più deboli soffrirono gli effetti negativi di “quota novanta”: diminuì il costo della vita dell’1,3%, ma il drastico taglio dei salari, stimato tra il 10 e il 20 % ,rese nulli i sacrifici degli italiani.
Per cercare di rimettere in sesto l’economia italiana e successivamente per poter essere “autonomo” rispetto agli altri Stati (autarchia), in modo da non dover dipendere economicamente da loro in caso di guerra, Mussolini mise dei limiti alle merci che si potevano importare dall’estero, e favorì la produzione interna. Incrementò lo sfruttamento dell’agricoltura (battaglia del grano) e avviò la bonifica di zone paludose, come l’Agro Pontino. Fece costruire nuove linee ferroviarie. Abrogò il diritto di sciopero per i lavoratori, imponendo la giornata lavorativa di 9 ore. Il cospicuo e diretto intervento dello Stato nell’economia italiana non cancellò la disoccupazione che rimase molto alta e destinò l’Italia a essere un paese arretrato rispetto alle altre potenze europee.
Nel 1936 il suo delirio di onnipotenza, fare dell’Italia una potenza coloniale, lo portò alla conquista dell’Etiopia. Ma la sua frustrazione nei confronti dell’alleato tedesco lo condusse ad una serie di “deplorabili errori”, per usare l’espressione con cui Hitler definì l’attacco di Mussolini alla Grecia.
Forse le Leggi Razziali non sono state l’unico errore di Mussolini, ma dalla storia possiamo ancora imparare la sua lezione perché gli stessi errori non si perpetuino in un eterno ritorno!
Maria Raspatelli



che dolore vedere che il giorno dopo la giornata del ricordo si sprechino fiumi di inchiostro per commentare l’uscita pubblicitaria del ” grande imbonitore ”
mi sia permesso sottolineare che il terribile dramma della SHOA deve sottolineare come popoli che si crdevano civili abbiano girato la testa e finto di non sapere : si tratta del pericolo che incombe sul popolo italiano troppo propenso a girare la testa ed a non vedere
Aldo Biagini Majani candidato al senato per la lista AMNISTIA GIUSTIZIA LIBERTA’
Ma perchè gli ultimi governi con l’euro la lira quotata a 2000, meno soldi in tasca, consumi fermi, salari più bassi di Europa e nessuna opera pubblica.