Vedi. Non pensai di attingere la delizia di nettare
dal fiore dischiuso dei tuoi baci
oltre il tempo che ci eravamo concessi,
prima che il gelo venisse con una parola impronunciabile
a illividire il fuoco dei tuoi petali, a recidere
quell’estate sensuale, ad annunciare la sua lama
nel vangelo delle stagioni. Vedi: sapevo già tutto
fin dal primo bacio. Eppure fu un dolcissimo inganno
quello che l’impeto rinnovato del mio sangue
sussurrò con una lingua di fuoco al mio cuore fasciato
in un sonno di crisalide, bruciando la sua prigione.
Rubammo due mesi come due bambini ruberebbero mele
rosse e gialle da un frutteto: e non ricordo più
chi salì sulle spalle dell’altro per raggiungere i rami, e chi
mantenne il contatto con la terra. Il tempo era un contadino
innocuo: credemmo che ci avesse dimenticati. Due mesi
furono la quiete del ragno; e mai ci sentimmo come insetti
in trappola, finché il ragno non si mosse. A settembre
venni a stare da te; tornavo a casa mia prima dell’alba,
parcheggiavo l’auto, dormivo tre ore, andavo in studio
e poi correvo da te. Le nostre voci erano scale di sussurri
che sprofondavano dentro di noi – la tua unica vicina di casa
era anziana ma ci sentiva bene, si presentava subito alla porta
come un furetto sospettoso – fino a perdersi.
Poi partisti. Così, usando parole vecchie di due mesi prima
e che appartenevano ad un altro tempo, ad altri me e te.
Voltai la testa – c’erano fili tutt’intorno, a raggiera,
non riuscivo più a muovermi. Tu ti liberasti subito,
fosti brava, ma non volevi rischiare di finire impigliata
un’altra volta. Buona fortuna, dissi alle ali
che portavano via con sé il colore dei giorni,
buona fortuna a te che eri già lontana
e non potevi sentirmi, allora buona fortuna
ti dissi mentre volavi via – Roma, Copenhagen e più lontano,
al di là di noi due – il gelo mi farà migrare
ma resta qui la mia voce, nell’estate imperitura
per continuare a sognarti, e per augurarti la buonanotte
ovunque tu sia.
np
nicopapa@hotmail.it



